Ematologia, specialità di nicchia con risvolti quotidiani

L’ematologia è una branca della medicina che si occupa del sangue, delle patologie connesse e degli organi emopoietici. Quali sono le malattie più comuni in questo campo? Le leucemie acute e croniche, le mielodisplasie, i mielomi, i linfomi, e le patologie congenite e acquisite dell'emostasi e della coagulazione.

La visita ematologica è un esame abbastanza importante perché permette di prevenire, diagnosticare e curare le principali malattie del sangue.

Come avviene? L’ematologo e il team con cui lavora raccoglie informazioni sullo stile di vita del paziente: alimentazione, vizio del fumo, livello di attività fisica e di sedentarietà, eventuali patologie in corso, interventi precedenti, casi in famiglia di patologie simili, assunzione di farmaci.

Il secondo step è una visita clinica che dura circa 30 minuti durante cui palpa l’addome, ausculta il cuore e i polmoni e procede alla palpazione dei linfonodi per verificare che non ce ne siano di ingrossati. Provvede a esaminare gli esami precedenti o a prescriverne, quando necessari, di nuovi per impostare la terapia più adatta o per avviare a cure specializzate.

È quindi tutto molto semplice e totalmente indolore, ma si tratta di una visita davvero importante. Può essere prescritta una visita anche ai neonati durante la prima settimana di vita, in caso abbiano manifestato disordini ematologici diagnosticati attraverso un prelievo di sangue e la successiva analisi dell'ematocrito (HCT).

Anemia

Soffri di anemia? I sintomi di questo disturbo molto comune possono variare a seconda delle cause e dello stato di salute di ognuno di noi, ma alcuni segnali di avvertimento sono inconfondibili e riconoscerli permette di intervenire il prima possibile per provare a risolvere il problema. A parere degli esperti, è bene fare attenzione, in particolar modo, alla carenza di ferro, di acido folico e di vitamina B12. Ecco alcuni dei sintomi di anemia da non sottovalutare.

1) Senso di affaticamento

Senso di affaticamento, spossatezza e perdita improvvisa e immotivata delle proprie energie sono tra i sintomi più comuni dell'anemia. Alcune persone potrebbero avvertire sonnolenza nonostante il normale riposo. Questo sintomo può essere anche alla base di disturbi diversi dall'anemia. Nel dubbio, meglio consultare il medico.

2) Tachicardia

Un altro sintomo di anemia considerato molto comune riguarda la tachicardia, con particolare riferimento all'aumento del ritmo cardiaco durante l'esercizio fisico. In alcune situazioni, ad esempio dopo una lunga corsa, questo fenomeno può essere normale. Ma se il battito cardiaco aumenta dopo uno sforzo minimo, il consiglio è di rivolgesi ad un esperto.

3) Bruciori della lingua

Tra i sintomi dell'anemia dovuta a carenza di ferro troviamo i bruciori della lingua causati dalla generazione delle mucose che la rivestono. Può presentarsi un'infiammazione della lingua che prende il nome di glossite. Non dimenticate di verificare lo stato della vostra lingua, che è un vero e proprio specchio della salute.

4) Unghie e capelli fragili

La carenza di ferro può portare alla comparsa di unghie e di capelli fragili. Fate attenzione soprattutto se le vostre unghie o i vostri capelli si spezzano facilmente. La vostra alimentazione potrebbe risultare carente di ferro, oppure il vostro organismo potrebbe avere difficoltà ad assorbirlo. Per quanto riguarda le unghie, l'anemia da carenza di ferro può portare alla coilonichia, per cui la superficie delle unghie può apparire piatta o addirittura concava.

5) Pallore

Anemia e carenza di ferro possono avere tra i propri sintomi un diffuso palloredel viso e della pelle. È necessario fare attenzione sia alla comparsa improvvisa del pallore sia agli stati di pallore prolungato. In alcuni casi potrebbe essere tutto nella norma, in altri il pallore potrebbe rappresentare un sintomo di anemia o di problemi di circolazione. È bene tenere sotto controllo anche i bambini.

6) Crampi

Non sottovalutate la comparsa improvvisa di crampi, non soltanto durante l'allenamento o l'esercizio fisico, ma anche nel corso della notte o semplicemente mentre svolgete le normali attività quotidiane. In alcuni casi potrebbero rappresentare un sintomo di anemia. Oppure potrebbero indicare una carenza di sali minerali come potassio e magnesio.

7) Secchezza della bocca

Tra i sintomi dell'anemia troviamo la secchezza della bocca, in particolare se il disturbo è causato dalla carenza di ferro. È bene fare attenzione alla formazione di taglietti o di fessure fastidiose ai lati della bocca e soprattutto negli angoli. In caso di carenza di ferro, il medico potrebbe modificare la vostra alimentazione o consigliare l'assunzione di integratori.

8) Problemi agli arti

Sensazione di formicolio alle mani e ai piedi, perdita del senso del tatto, difficoltà a camminare, rigidità a livello degli arti inferiori e superiori. Si tratta di sintomi di anemia da carenza di vitamina B12. Il medico potrà decidere per la somministrazione di iniezioni o integratori. Quando il corpo avrà a disposizione la giusta quantità di vitamina B12. i sintomi potrebbero svanire piuttosto rapidamente.

9) Dolori addominali

L'anemia provocata da una distruzione improvvisa dei globuli rossi (emolisi) può avere tra i propri sintomi i dolori addominali. Inoltre, gli occhi e la pelle possono assumere una tonalità giallognola, le urine possono colorarsi di rosso o di marrone e possono comparire problemi ai reni e convulsioni.

10) Difficoltà respiratorie

Le difficoltà respiratorie possono rappresentare un sintomo di anemia da grave carenza di ferro nei bambini. La carenza di ferro è stata correlata a difficoltà di apprendimento e comportamentali.

 

L'anemia nei bambini può essere asintomatica.

Difficoltà respiratorie, pallore e affaticamento dovrebbero essere considerati dei segnali d'allarme. A parere degli esperti, il 3% dei bambini al di sotto dei 2 anni rischiano di essere affetti da carenza di ferro.

Quando sospettare nel lattante

L’anemia sideropenica o “da carenza di ferro” è una condizione relativamente frequente nei bambini. Si verifica quando diminuiscono i valori dell’emoglobina, la proteina contenuta nei globuli rossi, che trasporta l’ossigeno nel sangue. Infatti, il ferro è parte essenziale nella struttura dell’emoglobina, che in mancanza di questo minerale non può essere sintetizzata. In particolare, si riduce il volume dei globuli rossi (microciti), che al microscopio appaiono anche “scoloriti” o, come si dice in termini tecnici, ipocromici. Il numero dei globuli rossi, a differenza di quanto potrebbe sembrare, non è ridotto: al contrario, in genere è aumentato. Questo fenomeno avviene perché l’organismo, nel tentativo di bilanciare l’anemia, ne potenzia la produzione.

Anemia sideropenica: come si manifesta?

L’anemia sideropenica si sviluppa in genere lentamente, man mano che i depositi di ferro dell’organismo si esauriscono. E i campanelli d’allarme, che avvertono di quanto sta accadendo nell’organismo, sono diversi. Il bambino appare meno vivace, inappetente, può stancarsi facilmente e accusare mal di testa. Si può verificare anche un’irritazione della mucosa della bocca o agli angoli delle labbra, oppure può manifestarsi una maggiore fragilità delle unghie e dei capelli. Il pallore, invece, non è sempre un sintomo rivelatore: un test più affidabile è controllare il colorito delle mucose interne delle labbra e, anche, delle palpebre inferiori, che di solito divengono molto chiare. Un’eventuale carenza di ferro può manifestarsi molto precocemente, fin dalle prime settimane di vita del bambino. In particolare, intorno al terzo-quarto mese, il fatto che il ferro scarseggi è fisiologico ed è dovuto alla grande richiesta di questo minerale da parte dell’organismo del piccolo, in rapida crescita.

Dal momento della nascita fino al termine del primo anno, infatti, il volume del sangue raddoppia. È normale, quindi, che le quote di ferro in un bimbo di pochi mesi non siano molto elevate. Il minerale impiegato per la sintesi dell’emoglobina proviene sia dai depositi che si sono creati durante la vita intrauterina, sia dall’alimentazione. Il latte materno assicura una buona quantità di minerale, perché viene assorbito completamente dal metabolismo del piccolo. Il latte artificiale attualmente in commercio è sempre arricchito di ferro e quindi, di solito, somministrarlo non causa problemi. Tuttavia potrebbe verificarsi una carenza di ferro nei bimbi allattati esclusivamente al seno fino ai 7-8 mesi, che non abbiano, quindi, ancora iniziato lo svezzamento.
Anche l’assunzione di latte vaccino pastorizzato prima del compimento dei dodici mesi può costituire causa di anemia sideropenica, non solo perché è di per sé povero di questo minerale, ma anche perché ‘cattura’ il ferro contenuto in altre sostanze e, di conseguenza, ne impedisce l’assorbimento. Inoltre, in alcuni bambini può provocare un’intolleranza, che determina piccolissime perdite di sangue dall’intestino, assolutamente invisibili nelle feci.

A lungo andare queste microfuoriuscite provocano uno stato di anemia, di cui è difficile accorgersi. Ecco perché, in genere, si consiglia di evitare la somministrazione di latte vaccino prima del compimento dei dodici mesi. Naturalmente è sufficiente eliminarlo dalla dieta per risolvere il problema, che tende comunque a scomparire spontaneamente dopo il primo anno di età.

Anemia dopo l'anno di vita

Dopo i dodici mesi, se l’alimentazione del bambino è completa e varia, di solito non si presentano problemi di anemia sideropenica. Se, tuttavia, il piccolo ha la tendenza a nutrirsi ancora con molto latte (magari perché è inappetente e preferisce il biberon a un piatto di pastina o alla carne), la sua dieta potrebbe avere bisogno di qualche integrazione di ferro. Se l’anemia da mancanza di ferro si ripresenta con frequenza, nonostante una corretta alimentazione e un’adeguata terapia delle ricadute, è opportuno verificare l’ipotesi che la carenza sia dovuta a una forma di malassorbimento intestinale. L’intolleranza al glutine, o celiachia, molto frequente provoca un assorbimento squilibrato dei principi nutritivi, tra cui il ferro.

L’intervento del pediatra

Se il piccolo presenta alcuni dei sintomi descritti in precedenza, è opportuno che i genitori chiedano consiglio al pediatra. Il medico, considerata la storia clinica e alimentare del bambino, potrà prescrivere alcune semplici analisi del sangue, quali emocromo, sideremia e ferritinemia. Una volta stabilita con questi accertamenti la carenza di ferro, il pediatra indaga in primo luogo sulla correttezza della dieta del piccolo, per valutare se il fabbisogno teorico viene soddisfatto e consigliare le opportune variazioni. Quindi, stabilita la causa della carenza di ferro, il medico prescrive la terapia più indicata: a volte è sufficiente eliminare il latte vaccino o il glutine dalla dieta, oppure aggiungere al latte le pappe per lo svezzamento. Se queste correzioni non sono sufficienti, il pediatra potrà prescrivere anche la somministrazione di ferro per bocca (in gocce o in fiale). Se si segue la terapia correttamente e se il ferro viene regolarmente assorbito, si verifica abbastanza rapidamente una risalita dei valori dell’emoglobina; la cura, però, dev’essere continuata per un periodo prolungato, anche per qualche mese, poiché l’obiettivo non è soltanto correggere l’anemia sideropenica, ma anche ripristinare il ferro circolante e i depositi presenti nell’organismo del piccolo

Quando e quale trattamento

L’anemia è una complicanza molto frequente nei pazienti affetti da patologie oncologiche, sia al momento della diagnosi, sia durante il trattamento terapeutico. E’ stato osservato che il 39% dei pazienti presentava anemia al momento della diagnosi, mentre il 67% sviluppava la patologia nel corso della chemioterapia. La causa di anemia in questi pazienti è di tipo multifattoriale, e per molti di loro il meccanismo dominante è la carenza di ferro.

Per il trattamento della carenza di ferro e dell’anemia sideropenica, sono disponibili farmaci a base di ferro per somministrazione orale o endovenosa. La somministrazione di ferro per via orale è la più utilizzata, si basa sull’assunzione di sali di ferro tra cui: solfato di ferro, gluconato e fumarato. Alla terapia possono essere associati alcuni effetti collaterali, come per esempio nausea, vomito, costipazione e “sapore metallico”.

La somministrazione per via endovenosa è più efficace rispetto alla terapia orale, aumenta più rapidamente i livelli di ferro ed emoglobina. Anche in questo caso possono presentarsi alcuni effetti collaterali quali: nausea, vomito, prurito, mal di testa, mialgia e dolori al torace/schiena.

Sarà il medico ad indicare i casi in cui è necessario ricorrere ad una terapia farmacologica ed il tipo di somministrazione adeguato. Teniamo presente che una corretta alimentazione, può influire positivamente aumentando la quantità di ferro ed il suo assorbimento. La corretta alimentazione non è un sostituto della terapia farmacologica prescritta, ma può rappresentare una valida integrazione.

ASSUNZIONE DI FERRO TRAMITE  L’ALIMENTAZIONE

Il ferro presente nell’organismo deriva dall’apporto dietetico, che consente di mantenere un equilibrio tra assorbimento e perdite quotidiane. Dopo che il ferro è stato assorbito dall’intestino, esso è ripartito in vari compartimenti del corpo per la sintesi, il deposito ed il trasporto. Poiché non è possibile controllarne l’eliminazione, la quantità di ferro nell’organismo è regolata attraverso il controllo del suo assorbimento. Circa 1-2 mg di ferro al giorno vengono persi per lo sfaldamento della pelle, mucosa gastrointestinale e tratto urogenitale.

Il ferro è presente in moltissimi alimenti, ma la quantità di ferro che può essere effettivamente assorbita ed utilizzata varia secondo la fonte di provenienza. Negli alimenti il ferro assume due forme:

FERRO EME, chiamato anche “ferro animale”, è legato a una molecola di emoglobina o mioglobina. Costituisce circa il 40% del ferro contenuto nei cibi di origine animale (carne e pesce). Questo tipo di ferro è molto assorbibile (dal 20 al 40% in soggetti sani).

FERRO NON EME, chiamato anche “ferro vegetale”, poco assimilabile dall’organismo; costituisce il 60% del ferro contenuto nei tessuti animali e la totalità di quello presente negli alimenti vegetali. La quota assorbibile del ferro contenuto nei vegetali è inferiore al 5% a causa della presenza di sostanze che interferiscono con l’utilizzazione dei sali minerali (in particolar modo tannini e fitati). Questa percentuale può aumentare fino al 10- 20% grazie alla presenza di alcune sostanze che influiscono invece positivamente nell’assorbimento come di seguito descritto. Ne consegue che l’assorbimento del ferro non emico è fortemente influenzato dal resto della dieta.

In alcuni soggetti, il rischio di una carenza di ferro è più elevato e può manifestarsi a seguito di:

Maggiore fabbisogno: gravidanza, allattamento, crescita e sviluppo negli adolescenti, sport agonistico, donazioni regolari di sangue.

Forte perdita di sangue: dopo un parto, ipermenorrea (ciclo mestruale abbondante), sanguinamenti cronici (per esempio del tratto gastrointestinale per esofagiti, malattie infiammatorie come il morbo di Crohn, gastriti erosive etc.), emorragia dopo un intervento chirurgico.

Assunzione insufficiente con l’alimentazione: dieta non equilibrata, dieta vegetariana.

Malattie croniche: malattie cardiache croniche, patologie oncologiche, patologie renali  croniche

IL FERRO NEGLI ALIMENTI

Generalmente si pensa che per assicurarsi una buona dose di ferro, l’alimento migliore da consumare sia la carne rossa. In realtà, il contenuto maggiore di ferro si trova soprattutto nelle frattaglie di bovino, suino e cavallo (fegato, milza, rene, polmone e cuore). Alcune carni contenenti buone quantità di ferro sono: la carne di fagiano (8,1 mg/100 g), lepre (6,2 mg/100 g), e cavallo (3,1 mg/100 g). La carne bianca (carne avicola) contiene in media poco meno di 1 mg di ferro ogni 100 g, ma dipende dal taglio prescelto. I tessuti muscolari che lavorano di più (come per esempio la coscia) ne sono più ricchi.

Prendendo in considerazione le raccomandazioni del WCRF (Fondo Mondiale per la Ricerca sul cancro) l’apporto di carne rossa dovrebbe essere limitato.

Quali possono essere allora altre fonti di ferro? Sempre attingendo dal mondo animale, una buona fonte è rappresentata dalle vongole che forniscono ben 14 mg per 100 g. Da non sottovalutare anche il contenuto di ferro nelle cozze e acciughe sotto sale, pari rispettivamente a 5,8 e 6,9 mg per 100 g di prodotto. Essendo questi alimenti di origine animale, contengono una buona quota di ferro eme, facilmente assimilabile dall’organismo. Attenzione però a consumare vongole e cozze per la presenza di colesterolo (50mg/100g per le vongole e 121 mg/100g per le cozze).

Molti alimenti contenenti il ferro, sono di origine vegetale. Il ferro dei vegetali è il ferro non emico, poco biodisponibile per l’organismo umano. Come precedentemente illustrato, i fitati e tannini interferiscono con la digestione degli alimenti o con il funzionamento metabolico a livello gastrointestinale, cerebrale o ormonale, con l’assorbimento del ferro.

I fitati sono composti che imprigionano i sali minerali, rendendoli indisponibili all’assorbimento, attraverso un meccanismo chimico chiamato chelazione. Sono presenti in legumi, cereali e cacao in polvere. Per cercare di ridurre la presenza di fitati, si devono seguire alcune indicazioni. Per quanto riguarda i legumi secchi, il lungo ammollo dei semi garantisce l’allontanamento di gran parte dei fitati: è meglio quindi mettere a bagno i legumi per una notte, preferibilmente cambiando l’acqua almeno una o due volte. La cottura e la rimozione della “schiuma” che si crea durante la cottura sono un altro metodo utile per allontanare i fitati. Per questo motivo è sempre bene cuocere a lungo i legumi (questo accorgimento vale anche per i cereali  integrali).

I tannini, sostanze polifenoliche sintetizzate nelle piante (in particolare a livello della corteccia), sono contenuti principalmente in: tè, caffè, uva, cachi (poco maturi) e vino. É sconsigliato quindi bere tè, caffè e vino durante un pasto a base di alimenti ricchi in ferro, per evitare che questi antinutrienti sequestrino il ferro e lo rendano insolubile.

Fortunatamente esistono alcune sostanze in grado di aumentare l’assorbimento di ferro a livello intestinale. L’introduzione nello stesso pasto di piccole quantità di fermentati (es. crauti fatti in casa o miso), acido citrico (limone), acido ascorbico (vitamina C delle verdure) o anche acidi organici contenuti per esempio nel tamari (salsa di soia), aumenta anche l’assorbibilità del ferro non eme fino al 20%.

Le erbe aromatiche e le spezie sono molto ricche in ferro; in forma secca contengono dai 30 ai 120 mg per 100 g di prodotto, mentre fresche ne contengono in media 10-20 per 100 g di prodotto. Anche se la quantità consumata è minima, il loro costante utilizzo può rappresentare una valida fonte. Possono essere utilizzate per insaporire le pietanze, con lo scopo di limitare l’uso del sale da cucina. Un’altra fonte di ferro è il lievito di birra (4,9 mg/100 g) che può essere utilizzato ad esempio per condire insalate o verdure cotte, sempre in alternativa al sale.

Globuli bianchi

I globuli bianchi (leucociti) rivestono un importante ruolo nelle difese dell’organismo contro i microrganismi infettivi e le sostanze estranee. Per difendere l’organismo efficacemente, un numero adeguato di globuli bianchi deve essere informato della presenza di un microrganismo infettivo o di una sostanza estranea all’interno dell’organismo, deve confluire dove necessario e poi uccidere e digerire il microrganismo o la sostanza dannosa ( Globuli bianchi e Sistema linfatico: contribuisce a difendere l’organismo dalle infezioni).

 

Come tutte le altre cellule ematiche, i globuli bianchi vengono prodotti nel midollo osseo. Si sviluppano da cellule staminali (precursori) che maturano per diventare uno dei cinque tipi principali di globuli bianchi:

Neutrofili

Linfociti

Monociti

Eosinofili

Basofili

 

Definizioni

Normalmente, un soggetto produce circa 100 miliardi di globuli bianchi al giorno. Il numero dei globuli bianchi in un dato volume di sangue è espresso come numero di cellule per microlitro. Il numero totale di globuli bianchi varia normalmente tra 4.000 e 11.000 cellule per microlitro. Con degli esami di laboratorio, si può determinare anche la proporzione di ciascuno dei cinque principali tipi di leucociti e il numero totale di cellule di ciascun tipo in un dato volume di sangue.

L’aumento o la diminuzione del numero dei globuli bianchi è spesso indice di malattia.

La leucopenia, ossia la riduzione del numero di leucociti al di sotto di 4.000 cellule per microlitro di sangue, spesso rende il soggetto maggiormente predisposto alle infezioni.

La leucocitosi, ossia l’incremento del numero dei leucociti al di sopra di 11.000 cellule per microlitro di sangue, viene spesso causata da una normale risposta dell’organismo a un’infezione o ad alcuni farmaci, come i corticosteroidi. E’ transitorio perché ritorna alla norma velocemente (correlato ad altri indici infiammatori come Ves e Pcr).

Un aumento del numero dei leucociti, tuttavia, può essere causato anche da tumori del midollo osseo (come la leucemia) o dal rilascio nel sangue di globuli bianchi immaturi o anomali prodotti dal midollo osseo.

Alcune malattie dei globuli bianchi interessano solo uno dei cinque tipi di leucociti.

Per neutropenia si intende un numero insufficiente di neutrofili

Per leucocitosi neutrofila si intende l’aumento patologico del numero di neutrofili

Per linfocitopenia si intende un numero insufficiente di linfociti

Per leucocitosi linfocitica si intende l’aumento patologico del numero dei linfociti

Altri disturbi possono coinvolgere alcuni tipi oppure tutti e cinque i tipi di leucociti assieme. Le malattie che riguardano i neutrofili e i linfociti sono le più diffuse. Le malattie a carico di monociti ed eosinofili sono meno comuni, e quelle a carico dei basofili sono rare.

Sanguinamento nasale, spia di malattia del sangue?

Poche gocce di sangue dal naso possono spaventare il bambino e preoccupare mamma e papà. Ma nella stragrande maggioranza dei casi è un fenomeno passeggero e isolato, che si risolve con pochi gesti.

Sangue dal naso o, in gergo medico, epistassi: può capitare a tutte le età, ma soprattutto nell’infanzia, in particolare tra due e dieci anni. Nella stragrande maggioranza dei casi è un evento assolutamente benigno, che non lascia alcuna conseguenza. Solo in rari casi può dipendere da condizioni più serie, come un trauma al naso o al volto, l'inserimento di un corpo estraneo nel naso, una malattia della coagulazione.

Quando si verifica

“L’epistassi è in genere dovuta a una maggiore fragilità delle mucose nasali, sulle quali scorrono tanti piccoli capillari superficiali che, se sollecitati, possono rompersi”. “Può verificarsi se ci si soffia il naso più energicamente, oppure per l’abitudine che hanno spesso i bambini di infilarsi le dita nel naso o per altri piccoli eventi traumatici che possono coinvolgere la zona anteriore al setto nasale” afferma lo specialista.

“Ci sono poi alcuni fattori che possono favorire l’epistassi: in inverno, per esempio, soggiornare in ambienti caldi e secchi asciuga le mucose e dilata i vasi capillari, aumentando il rischio di rottura. Idem in estate, quando l’esposizione al sole accentua la vasodilatazione. Per chi soffre di rinite allergica, invece, una stagione a rischio è la primavera, poiché le mucose sono sottoposte a stimoli irritativi e si è portati a starnutire o soffiarsi il naso più di frequente”.

Ovviamente anche il raffreddore aumenta il rischio di epistassi.

Sangue dal naso, rimedi

Cosa fare in caso di sangue dal naso? “Innanzitutto mantenere la calma e tranquillizzare il bambino” suggerisce l’otorino: “Se si agita, infatti, non fa altro che aumentare la pressione a livello del naso, accentuando l’uscita di sangue”.

Poi: far piegare il bambino leggermente in avanti per liberare le vie respiratorie e subito dopo tenere premute le narici tra indice e pollice per qualche minuto. La pressione crea un vasospasmo che fa cessare l’emorragia.

La pressione va esercitata per una decina di minuti: durante questo periodo meglio non controllare se il naso ha smesso di sanguinare, perché si rischia di far ripartire un flusso che si stava arrestando. Se dopo dieci minuti l'epistassi non si è arrestata, la pressione va ripetuta per altri 10 minuti. Se persiste anche dopo questo intervallo di tempo, contattare il pediatra.

Anche sciacquare il naso con acqua fredda o avvicinare alla narice un cubetto di ghiaccio avvolto nel fazzoletto – consiglia lo specialista – può aiutare ad arrestare l'emorragia o ridurre il rischio che si ripeta, dopo che si è arrestata.

La chiusura del capillare

Se il problema è un capillare che stenta a cicatrizzarsi e provoca sanguinamenti ripetuti, lo si può chiudere definitivamente con la causticazione. “In età pediatrica la tecnica più utilizzata sono le toccature con una ‘matita’ emostatica di nitrato d’argento” evidenzia Sorbo. “E’ una pratica assolutamente indolore, che si fa ambulatorialmente e dura pochi minuti”.

Epistassi, prevenzione

Se il problema è la secchezza degli ambienti, in inverno, è opportuno utilizzare un umidificatore, specialmente in camera da letto. Potrebbero essere utili, nei bambini particolarmente soggetti al fenomeno, anche lavaggi nasali con soluzione salina, per mantenere umide e pulite le cavità nasali.

Come prevenzione nei periodi critici si può assumere – ovviamente sotto controllo medico, evitare il fai da te! - prodotti a base di vitamina C o K  o applicare una pomata apposita per rinforzare la parete dei capillari. “Ce ne sono per esempio all'arnica, che ha attività riepitelizzante e ristrutturante, e mirtillo, che ha azione capillaroprotettrice” consiglia Sorbo.

Dopo un sanguinamento, per evitare che il fenomeno si ripeta meglio chiedere al bambino di non soffiarsi il naso energicamente e di non mettersi le dita nel naso (in ogni caso, è buona norma tenere sempre corte e pulite le unghie del bambino). Meglio evitare anche sforzi molto intensi.

Cosa non fare

Meglio evitare di far piegare la testa all'indietro, perché in tal modo il bambino ingoia o inala il sangue e questo può causargli difficoltà respiratorie e indurlo a tossire o a vomitare, aumentando l’emorragia.

Meglio evitare anche il cotone emostatico, perché ha un’azione lesiva sulla mucosa nasale. In generale è preferibile non inserire nulla nella narice che sta sanguinando, ma in alcuni casi il medico potrebbe consigliare l'uso di una garzina imbevuta di una soluzione antiemorragica da acquistare in farmacia

Se succede spesso

Se l’epistassi si verifica molto di frequente, è consigliabile rivolgersi al pediatra, che prescriverà degli esami ematologici per escludere che ci siano problemi di coagulazione del sangue. Ma si tratta di una esigua minoranza di casi: in genere si tratta solo di un fenomeno locale, che non desta alcuna preoccupazione.

Se associata ad ematomi spontanei, ematuria, sangue nelle feci. sanginamnto gengivale, a diagnosi va fatta con urgenza

Consulente Ematologo a Castel Goffredo

Dottor Romano Vecchi

Medico Chirurgo 

Specialista in Ematologia

Specialista in Anatomia patologica

Piazzale della Vittoria 24

Castel Goffredo (MN)

Tel. 335 6714216