Dr. ROSA VINCENZO
SPECIALISTA IN PEDIATRIA - Università di Parma

Esercito in provincia di Mantova da quasi 40 anni. La mia formazione professionale si è sempre embricata tra formazione e lavoro, proprio nel quale ho trovato la necessità di acquisire nuove competenze. Queste competenze erano e sono tasselli di ulteriori branche specialistiche per le varie fasce di età, oltre che di altre patologie. Tutt’ora sono in competizione con me stesso per dare risposte più efficaci. I tempi sono cambiati in tutto. Tecnicismo medico, informatica, accesso ad internet. Ogni paziente può fruire di una Medicina di precisione, ma spesso i suoi obiettivi non trovano il bersaglio per una fusione tra aspettative e risposte. E’ progressivamente maturata in me una forte convinzione che il tutto e subito non sia sempre utile per le aspettative di benessere. Si consolida una medicina che cura i sintomi ma non risale adeguatamente alle cause con comportamenti cognitivo comportamentali adeguati. Si ipervaccina per una tutela massima da infezioni, come si (auto)prescrivono farmaci ed esami per qualsiasi banalita' ed accertamenti non appropriati, per una medicina difensiva. Si attivano imponenti sensibilizzazioni per la prevenzione delle malattie metaboliche e del benessere. Ancora agli albori è invece la prevenzione prenatale e per adeguate prese in carico dei problemi del neurosviluppo infantile. Quindi, in medicina c’è spesso chi fa chi o cosa, ma già dal primo giorno di vita siamo dei pazienti cronici, latenti o progressivamente manifesti. Una cronicità che va gestita, capita, contenuta, modificata, senza promesse mirabolanti o suggestioni perchè un conoscente ha fatto certi esami, visite o trattamenti. Il fai da te da cosa nasce? Sicuramente si fa notare una difficoltà relazionale col medico di riferimento assistenziale. In qualche decennio si è passati dal medico che conosceva l’abitazione dei propri pazienti per raggiungere la stanza da letto dove visitare senza formalità l’ammalato e raccoglierne le fragilità più intime, all’attuale visita ambulatoriale, dove i pazienti frequentemente ricordano di non essere mai stati visitati, ed accolti prevalentemente per gestione esami, terapie e certificazioni. Il dialogo è ostacolato anche da un "diabolico monitor". La tecnologia ha un ruolo molto importante nella mia professione, ma abdicare radicalmente come figura di riferimento di chi si rivolge a me, per adeguarmi alla burocrazia, esula dalle mie intenzioni. Ritengo sia prioritario ridurre la stressante insofferenza nella sofferenza. La mia Medicina d’iniziativa è il dialogo. Confido di avere di fronte un soggetto consapevole dell’opportunità che gli presento ma che può essere finalizzata solo con motivazioni reciproche. Qualsiasi sintomo e spia di malattia non necessariamente si conclude con un si o con un no, ma può richiedere ulteriori valutazioni e aperture mentali. Mi preme sottolineare che ciò è molto impegnativo, più di un lavoro monospecialistico e ripetitivo in cui ci si muove entro certi spazi, competenze e limiti. Affrontare un intervento chirurgico spesso è una necessità, e ci si affida alle mani di un esperto scelto per competenza. L'anestesia interrompe il dialogo. Poi al risveglio si riprende con fiducia il corso della vita. Invece, un intervento medico preventivo, terapeutico, riabilitativo ha impatto clinico diverso. Il paziente deve essere reso partecipe, per consolidare qualche risultato, con impegno delle parti sicuramente più faticoso. Bisogna pensare che non basta farsi fare e prescrivere qualcosa e vediamo come funziona, oppure rifugiarsi nel vittimismo compiaciuto per 'non elaborare'.  Il paziente trova un'interpretazione diversa dei ruoli (in cerca d’autore). L’'omologazione  è una sicurezza, ma un pò limitativa per le possibili aspettative. Per questo ho scelto la multidisciplinarietà professionale, per una mia opportunità di crescita, anche morale.

Un medico saggio disse:
"La migliore medicina è l'amore ".
Qualcuno gli domandò:
"E se non funziona?"
Lui sorrise e gli rispose:
"Aumenta le dosi"

Quando l'estremizzazione della medicina non fa il bene del paziente

Quali sono le conseguenze di un atteggiamento "estremizzato" di fronte a un problema? Sembra una questione da poco, ma in realtà la risposta a questa domanda ci coinvolge tutti nel nostro quotidiano, figuriamoci a livello professionale. E così un medico che estremizza la propria visione clinica e terapeutica rende un pessimo servizio al paziente perché perde una preziosa risorsa di elasticità a favore di un presunto vantaggio di tranquillità personale, magari racchiuso nell'evitare una causa medico-legale da parte di un paziente insoddisfatto. Ma non è un atteggiamento che possiamo definire ottimale, poiché in questo modo si evitano solamente responsabilità personali a favore di una strategia sicura e priva di rischi, perché impostata da altri (ai quali eventualmente dare la colpa di un insuccesso). Sicuramente una strada comoda per il medico, non necessariamente per il paziente.
Ci si domanda allora quanti pazienti sarebbero contenti di un medico del genere. Probabilmente tutti quelli che, in cuor loro, auspicano il miglior trattamento possibile al loro problema. E andrebbe tutto alla perfezione, se non fosse per un piccolo particolare: ad oggi per molte patologie, soprattutto quelle con caratteristiche di cronicità, non possiamo affermare di avere sviluppato strategie ottimali, ma solo buoni compromessi, nella migliore delle ipotesi. E allora finisce che il paziente volge lo sguardo altrove e si rivolge ad altre figure, come l'omeopata, che allo stesso modo deve evitare di estremizzare la sua visione "complementare", perché cadrebbe nello stesso identico errore. Da qui la necessità di integrare tra loro strumenti diversi da utilizzare in momenti diversi, ma senza pregiudizi e nessuna esclusione a priori, mantenendo intatti tutti i vantaggi delle singole metodologie: in estrema sintesi, un approccio di Medicina Integrata.
Ci rendiamo conto che è una strada lunga e ricca di ostacoli, posti soprattutto da coloro che in tal modo potrebbero essere costretti ad allargare visioni ad oggi chiuse da paraocchi di comodo (e ci riferiamo anche agli omeopati), a favore di una visione che accosta altre soluzioni a quelle già messe a disposizione, per esempio, dalle Linee Guida. Che sono eccezionali e necessarie in tanti casi, ma che molte volte non tengono conto dell'impatto che la terapia ha sul paziente e sulla sua qualità di vita. Anche il medico che vorrebbe praticare qualcosa in più della "medicina delle evidenze" dura e pura potrebbe sacrificare un pizzico della propria tranquillità professionale, rivedendo posizioni troppo rigide; è ora di parlare di "medicina della vita reale" e di "esiti riferiti dal paziente" in relazione a terapie di ampio respiro che stanno mostrando più di qualche scricchiolio se valutate dal punto di vista di chi è obbligato ad assumerle per anni. Di certo, è necessaria una ridefinizione del punto di vista partendo da chi "ospita" una patologia cronica. E quando il paziente torna ad assumere un ruolo centrale, è sempre una buona notizia.

di Gino Santini, OMEOPATIA, 13 dicembre 2019 - Anno 14, Numero 11

Cosa non ricordiamo

Platone (428 - 348 a.C.)

 

"Ci sono due tipi di medicine:

Quella per gli schiavi e quella per gli uomini liberi.

Quella per gli schiavi è sintomatica: deve cioè rimuovere rapidamente il sintomo, perchè possano tornare al più presto al lavoro.

Quella per gli uomini liberi invece vuole comprendere il sintomo, il suo significato per la salute complessiva del corpo, per l'equilibrio della persona e per il bene della sua famiglia.

E curarlo sì, nel suo senso profondo, che il sintomo ha anche per l’anima.