Utilizziamo i concetti giusti

Carissimi lettori e attenti pazienti,

da quasi quaranta anni ho un ruolo diagnostico e curativo, che voi vedete sovrapponibile a modelli culturali noti per tradizione. All’inizio ero gratificato e appagato dal consenso che ne derivava. Subentrava poi progressivamente l’avvilimento per tutte le situazioni di rito che si davano per scontate ma insoddisfacenti, stimolandomi ad approfondire con metodiche innovative, non precludendo quanto di accademico tradizionale fosse valido. La “malattia” è ciò che i medici sono stati addestrati a vedere attraverso le lenti teoriche della propria particolare disciplina e pratica professionale. In pratica il medico riconfigura i problemi dei malesseri dei propri pazienti e delle loro famiglie riducendoli a entità tecniche note, appunto le malattie codificate. La sensazione di star male non si accorda necessariamente con il giudizio del medico che ci sia una davvero una malattia. D’altra parte sempre più persone che si sentono benissimo sono etichettate come malate. Infatti le cosiddette “condizioni croniche” più comuni, come ipertensione, diabete, osteoporosi e molte altre sono delle classiche malattie senza “malessere”. Sono quindi riuscito ad uscire dagli stereotipi per cui pensare che “per quel problema corrispondesse uno specialista unico (ancora in essere nelle maggior parte dei medici e pazienti)”, con le evidenti ricadute di criticità e cronicità. Ogni nuovo filone scientifico che ho intrapreso mi ha fornito una duttilità di pensiero che mi accompagna in ogni atto professionale. Dall’ascolto all’accoglienza, dal legame che si instaura al ricordarsi del bisogno individuale. Dal tempo per una buona valutazione clinica, al mettere nero su bianco la progettualità ragionevole. Dalla spiegazione dei risultati, di non facile interpretazione da parte anche di miei colleghi, alla dimostrazione sul campo delle relazioni tra patologia e metodi adottati. La critica al superato modus operandi viene palesata dai mancati risultati qualitativi nella quotidianità. Perché si trascina ancora questa minor coscienza? Tra addetti ai lavori e utenti, a prescindere dalle conoscenze tecniche individuali, chi sa distinguere la differenza tra medicina predittiva, prevenzione e diagnosi precoce? 

Medicina predittiva

permette di determinare il profilo di rischio di ciascuna persona, di monitorarne l’evoluzione e di realizzare appropriati interventi preventivi oltre che di selezionare la terapia, la dose e il tempo di trattamento migliori. La medicina predittiva quindi si pone come medicina dell’individualità, ma per essere tale richiede un processo di crescita definito non solo dal progredire della ricerca di base ma ancora di più dalla capacità dei medici, degli altri professionisti della salute e dei pazienti di valorizzare la disponibilità e l’uso di informazioni di rischio individuale, in particolare genetiche, e di essere però consapevoli dei limiti e/o inconvenienti legati a questa nuova situazione.

Diagnosi precoce

permette di individuare tumori molto piccoli e non ancora diffusi agli organi vicini, per cui l’esito delle cure in molti casi è migliore o addirittura risolutivo, ma il tumore è comunque già presente. Si parla in questo caso di prevenzione secondaria.

Prevenzione primaria

Si intende una serie di comportamenti o terapie attuati allo scopo di evitare che il tumore si formi. Il concetto di diagnosi precoce si sovrappone in larga parte a quello di prevenzione secondaria, anche se ci sono sottili differenze, ma non deve essere confuso con quello di prevenzione primaria. Spesso l’intervento mira a cambiare abitudini e comportamenti scorretti (intervento comportamentale). Si attua con:

progetti di educazione alla salute e campagne di sensibilizzazione / informazione alla popolazione (ad es. sull’impiego delle cinture di sicurezza in automobile);

profilassi immunitaria (vaccinazioni);

interventi sull’ambiente per eliminare o correggere le possibili cause delle malattie (ad es. attività ispettiva, pareri vari);

interventi sull’uomo per rilevare e correggere errate abitudini di vita (es. fumo);

individuazione e correzione delle situazioni che predispongono alla malattia 

valutazione e imprinting nutrizionale, osteopatico, tutela e correzione del microbiota intestinale, affettivo, relazionale, posturale, dei primi 1000 giorni dal concepimento,

Prevenzione secondaria

Ha come obbiettivo l’individuazione precoce dei soggetti ammalati o ad alto rischio per poter ottenere la guarigione o impedire l’insorgenza e la progressione della malattia. Un esempio di intervento mirato su pochi individui è rappresentato dalle indagini epidemiologiche a seguito di un caso di malattia infettiva, mentre gli interventi rivolti a gruppi di popolazione omogenei (per età sesso, ecc.) e numerosi sono definiti screening. Esempi sono gli screening condotti per la diagnosi precoce dei tumori della mammella e della cervice uterina (pap-test) nella popolazione femminile, del colon attraverso la ricerca del sangue occulto Ma esistono anche screening per malattie croniche degenerative (cardiovascolare, in ambito di medicina del lavoro, diabete ecc.). La diagnosi precoce è fondamentale perché rende attuabili interventi terapeutici in grado di condurre alla guarigione.

Prevenzione terziaria

È rivolta a ridurre la gravità, le complicazione, la probabilità di recidive o la morte conseguente a malattie ormai instaurate e sconfina spesso nella terapia: ad esempio, una appropriata dieta per un diabetico. In questo ambito si inserisce anche la gestione dei deficit e delle disabilità funzionali consequenziali ad uno stato patologico o disfunzionale

Prevenzione quaternaria

Si utilizzanano tutte le "azioni intraprese per identificare i pazienti a rischio di trattamento eccessivo, per proteggerli da un approccio medico aggressivo e suggerire interventi che siano eticamente accettabili. L'intento della prevenzione quaternaria non è quello di eliminare, ma piuttosto di moderare la medicalizzazione della vita quotidiana, dal momento che una parte della medicalizzazione sopradetta non è direttamente legata all'intervento medico (oppure come abitudine da protocolli superati) e ha a che fare con ragioni sociali, culturali e psicologici. "Prevenire è meglio che curare’, coinvolgendo tramite nuove strategie con opportuni incontri il medico con il paziente. Per farlo bisogna rispettare il vecchio motto “primum non nocere”. La conoscenza scientifica è strumento indispensabile, che deve accrescere giorno per giorno le competenze. La conoscenza di cosa si può/vuol fare sono indispensabili fattori per migliori risultati e ridurre malessere cronico. Individuare se curare sintomi, malattie o persona è un onesto e ambizioso atto medico che va comunicato a paziente o ai genitori.